Quando pensiamo alla nascita dell’alpinismo, immaginiamo spesso esploratori, studiosi, viaggiatori stranieri e gentiluomini che, tra Settecento e Ottocento, senza l’abbigliamento tecnico di oggi, senza le attrezzature moderne di oggi, iniziarono a sfidare le grandi vette alpine. Ma siamo davvero sicuri che siano stati loro i primi a salire sulle montagne? E soprattutto, chi frequentava quelle terre ben prima che l’alpinismo diventasse una pratica celebrata e documentata?

È da queste domande che prende forma Controstoria dell’alpinismo, il saggio di Andrea Zannini che invita a guardare la storia della montagna da una prospettiva diversa, restituendo dignità e centralità a chi, troppo spesso, è rimasto ai margini del racconto ufficiale: gli abitanti delle Alpi.
Una storia da riscrivere, quindi ?
L’idea centrale del libro è tanto semplice quanto significativa: le montagne non sono state scoperte soltanto dagli alpinisti arrivati dalle città ( un po’ come ricordare che l’America non è stata scoperta da Colombo, ma esisteva anche prima). Molto prima che le ascensioni diventassero imprese da registrare negli annali, le popolazioni alpine conoscevano profondamente il proprio territorio e si muovevano tra boschi, vallate, ghiacciai e cime per necessità, diciamo pure per lavoro, per curiosità o passione.
Cacciatori, cercatori di cristalli, artigiani, religiosi e abitanti dei villaggi percorrevano le montagne in un rapporto quotidiano con un ambiente che conoscevano spesso meglio di chi giungeva da lontano. Eppure, nelle ricostruzioni tradizionali, queste figure sono state frequentemente relegate sullo sfondo, mentre il merito delle prime ascensioni veniva attribuito a personaggi più illustri, capaci di lasciare testimonianze scritte e di entrare nella memoria storica.
Zannini mette in discussione proprio questo meccanismo: chi ha lasciato un nome nei documenti non è necessariamente chi è arrivato per primo in vetta.
Uno degli aspetti più interessanti del libro è il modo in cui ridimensiona alcune convinzioni consolidate sull’origine dell’alpinismo. La narrazione tradizionale tende a collocare la sua nascita in una precisa stagione culturale, legata alla riscoperta scientifica delle Alpi e alla curiosità degli intellettuali europei.
L’autore non nega l’importanza di questa trasformazione, ma invita a considerarla all’interno di una storia molto più lunga e complessa. Le montagne non erano spazi vuoti, sconosciuti e ostili in attesa di essere esplorati: erano luoghi già vissuti, attraversati e conosciuti da intere generazioni di persone.
Anche episodi simbolici, come la celebre salita di Petrarca al Monte Ventoso, acquistano così una luce diversa. La questione non è soltanto stabilire chi abbia raggiunto per primo una cima, ma interrogarsi su chi abbia avuto il potere di raccontare quell’impresa e di trasformarla in un evento storico.
È una riflessione che supera i confini dell’alpinismo e tocca un tema più ampio: la differenza tra vivere un’esperienza, documentarla ed essere riconosciuti come protagonisti della storia; una cosa che oggi invece tende a coincidere.
Il vero valore di Controstoria dell’alpinismo sta nel cambio di prospettiva. Zannini sposta lo sguardo dalle figure celebri alle comunità locali, mostrando quanto la conoscenza del territorio, maturata attraverso il lavoro e la vita quotidiana, abbia contribuito alla frequentazione delle alte quote.

La montagna emerge così non soltanto come luogo di conquista o teatro di imprese individuali, ma come ambiente umano, culturale e sociale. È facile celebrare l’impresa dello straniero che raggiunge una vetta sconosciuta al suo mondo; è molto meno scontato riconoscere il sapere di chi quella vetta la conosceva già, senza avere necessariamente gli strumenti o l’interesse per trasformare la propria esperienza in una testimonianza destinata ai posteri.
In questo senso, il libro ha per me anche una dimensione sociale: recuperare la memoria degli abitanti delle Alpi, correggere una narrazione che ha privilegiato alcuni protagonisti, lasciandone altri nell’ombra.
Non si tratta semplicemente di sostituire alcuni eroi con altri, ma di ampliare lo sguardo e riconoscere che la storia è spesso più articolata di quanto suggeriscano le versioni più conosciute.
Una lettura interessante anche per chi, come me, non è alpinista, ma ha sempre guardato alla montagna come un mondo mistico, intimo e misterioso. E forse, per comprenderla davvero, dovremmo cominciare proprio da chi l’ha sempre chiamata casa.
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